Ci troviamo in compagnia di Manuela Caccioni, la quale ha accettato di condividere con noi la storia e le esperienze del Centro Antiviolenza con il quale collabora, potresti raccontarci come sia nata questa iniziativa?

Una realtà composta da dieci colleghe con alle spalle un’esperienza quindicennale di lavoro presso un altro Centro Antiviolenza della città, per poi decidere di aprirne uno nuovo: inizialmente in qualità di Associazione Il Cerchio delle Relazioni e poi in seguito ulteriormente sviluppatasi nel 2015 in una Cooperativa Sociale.

Una Cooperativa incentrata su un unico grande obiettivo: contrastare qualsiasi forma di violenza contro Donne e Minori. Tutti i servizi da noi offerti sono indirizzati a questo scopo, distinguendoci quindi da altre realtà cooperative che invece si occupano di attività ed iniziative non necessariamente legate ad un ambito solo: una scelta di cui siamo estremamente orgogliose, la concreta possibilità di mettere a servizio di coloro che ne necessitino, tutte le nostre competenze, conoscenze e strumenti. Personalmente mi piace definirlo come un luogo protetto dove le Donne possono riscrivere in totale autonomia il proprio progetto di vita.

Questo è un aspetto che ho a cuore di sottolineare: il nostro approccio non consiste nell’imposizione di consigli, non vogliamo sostituirci alla figura autoritaria da cui si stanno sottraendo, desideriamo creare con loro a partire da quelli che sono i loro obiettivi e sogni, in una prospettiva volta ad organizzare un progetto di vita. Siamo uno specchio amico, pronte a condividere e aiutare.

Quali sono i servizi offerti dal vostro centro?

In primis offriamo naturalmente uno spazio di ascolto, volto alla condivisione e al supporto. Siamo un equipe di professioniste: psicologhe, pedagogiste, mediatrici culturali, formatrici, avvocatesse, insomma tutte quelle figure che possono rivestire un ruolo fondamentale nella costruzione di un nuovo percorso di vita.

Ovviamente viene garantita la riservatezza e segretezza dei nostri servizi, i quali sono ad accesso completamente gratuito. Questo riguarda anche le consulenze dal punto di vista giuridico, queste donne fanno parte del nostro organico ma dall’esterno, e prestano tale servizio gratuitamente a coloro che accedono a gratuito patrocinio, per chi invece supera l’età per tale agevolazione, è previsto il sostegno di un minimo tariffario.

Uno dei tasselli fondamentali è l’indipendenza economica, sappiamo che offrite dei percorsi anche di reinserimento al lavoro, ce ne parleresti?

Bisogna partire dal presupposto che esistano diverse forme di violenza, tra cui appunto quella economica e psicologica. Questa di fatto rappresenta una delle maggiori difficoltà riscontrata dalle donne che si rivolgono a noi: sono rari i casi di autonomia economica, spesso è solo il marito a lavorare oppure sono coinvolte nell’attività di famiglia e quindi in una prospettiva di divorzio, bisogna considerare l’abbandono di questo ambiente.

Con il nostro servizio di consulenza lavorativa accompagniamo queste donne in progetti attraverso il Centro per L’Impiego, in modo che trovino proposte di lavoro o stage per riprendere un percorso lavorativo. Alcune sono professioniste, con diversi titoli di studio e lauree, che hanno lavorato fino all’inizio di questa relazione e poi hanno dovuto lasciare tutto proprio a causa delle dinamiche di maltrattamento che subentrano in questi casi. Rimane una delle richieste maggiori, questi uomini richiedono alle donne di rimanere a casa, le isolano, con la scusa di dover badare alla casa o ai figli.

Altre vostre iniziative importanti?

Abbiamo uno sportello all’interno della sezione femminile del carcere di Pontedecimo, un progetto di cui siamo profondamente fiere e che ci consente di offrire sostegno alle donne che hanno subito violenza. Spesso le donne che si ritrovano in questa struttura hanno alle spalle un passato turbolento e costituito da diversi episodi di violenza, nel nostro piccolo cerchiamo di offrire uno spazio, dove si sentano sicure di essere ascoltate e comprese.

Oltre a tutti questi progetti diretti, nel corso degli anni ci siamo mosse anche per tutto ciò che riguarda la formazione e sensibilizzazione del tema, in primis nelle magistrature, tra le forze dell’ordine e degli avvocati, ma in tempi più recenti anche all’interno di strutture scolastiche. Non solamente superiori come un tempo, ma anche nelle materne e elementari: riprendiamo quindi il nostro obiettivo che ti accennavo al principio, non “solamente” contrastare la violenza nel presente, ma prevenirla a priori. Analizzando tutti quegli stereotipi, pregiudizi e meccanismi che costituiscono di fatto la base di queste dinamiche che vengono a crearsi col tempo. La violenza di genere vanta radici antiche e si insinua nella mente dei bambini, anche nella semplice distinzione delle cose che devono fare i maschi, piuttosto che le femmine: cerchiamo di abbattere queste inutili barriere.

Oltre al servizio rivolto al singolo, anche questi laboratori da voi organizzati sono riusciti ad essere mantenuti nel periodo di quarantena e nei tempi attuali?

Ci siamo dovute riorganizzare, sia per quanto riguarda i laboratori che i singoli colloqui: prediligendo piattaforme quali appunto Skype e Team Meeting. Sono stati e rimangono di fatto gli unici strumenti che ci hanno consentito di mantenere continuità in tutti questi progetti ed iniziative. Nel periodo di Lockdown è stato veramente pesante svolgere tutti questi colloqui via telefono o in videochiamata, ma era l’unica opportunità per dare conforto a queste donne in un momento in cui il nostro centro, dal 10 marzo al 10 giugno, è rimasto chiuso in conformità delle direttive nazionali.

La valenza è rimasta invariata, ma diciamo che i rapporti umani hanno quella marcia in più: sia per quanto riguarda le nostre collaborazioni con scuole ed insegnanti, sia riferito al singolo. Abbiamo fatto più colloqui durante il periodo di quarantena, rispetto a quando avevamo l’opportunità di incontrarle di persona.

Un periodo in cui gli stessi media segnalavano un preoccupante aumento di episodi di violenza domestica, lo avete riscontrato anche voi?

Più che nel numero di segnalazioni, è aumentata l’intensità: parliamo di un periodo di estrema conflittualità dovuto anche alla convivenza costretta. Noi generalmente riceviamo 40/50 contatti al mese e durante questo periodo erano 28/30 al mese, inferiori rispetto alla normalità. In compenso le donne che già avevano intrapreso un percorso o che comunque si erano già messe in contatto con noi, ci cercavano con frequenza, necessitavano decisamente di maggior sostegno.

Noi non avevamo alternativa, non potevamo rinunciare alla nostra attività: sebbene le difficoltà fossero concrete. Diventa difficile capire ed interpretare alcuni silenzi o esitazioni, dal vivo si percepisce maggiormente anche la mimica facciale; insomma vi sono una serie di espressioni e gesti che celano verità non ancora svelate e che devono uscire allo scoperto. Noi siamo chiamate a svolgere una valutazione del rischio e per questo scopo, l’emotività è decisamente essenziale: siamo comunque riuscite a completarle e a mettere al sicuro le donne in massima urgenza, grazie anche alla preziosa collaborazione da parte di quattro strutture di B&B che si sono offerte di ospitarle, evitando così di sovraffollare i nostri centri di accoglienza nel periodo di massimo contagio.

Attualmente noi abbiamo ripreso i colloqui di persona, ma la paura rimane. Temiamo di tornare a vivere una situazione simile e nel caso riprendere a nostra volta solo gli interventi virtuali come hanno fatto alcuni nostri colleghi di Padova, che non hanno smesso nemmeno in questo periodo di “stabilità”.

Sebbene virtuali, rimanevano colloqui di estrema necessità: bisognava approfittare di qualsiasi occasione per mettersi in contatto.

Alcune donne dovevano attendere diverse ore prima di riuscire a chiamarci, nella speranza che il marito o compagno si allontanasse per portare a spasso il cane o smaltire i rifiuti. Nei casi in cui poi era stato intrapreso il percorso, si riscontravano anche delle difficoltà dal punto di vista giuridico a causa di rallentamenti nel sistema.

Come accennato prima, la violenza in questo periodo era più accentuata: tipicamente nella normalità questi uomini rientrano la sera dal lavoro e quindi nel corso della giornata non ci sono contatti, ma nella quarantena erano costantemente in loro balia. Nel tempo queste donne si convincono ( e vengono persuase dal maltrattante) che siano i loro comportamenti a provocare determinati “sfoghi”, di conseguenza cercavano di rinchiudersi nella totale apatia, per sottrarsi alla violenza. Queste donne hanno vissuto un autentico incubo, ogni giorno, per 24 ore, vivevano con la costante paura e consapevolezza che tutto ciò che facevano o dicevano, era sbagliato e meritevole di una punizione.

Nella speranza che non si giunga ad un effettivo secondo Lockdown, ci sono delle iniziative future che vi farebbe piacere condividere?

Ci stiamo focalizzando sul saldare questa rete di contatti che ci siamo create in questi mesi disperati, appunto per non farci cogliere impreparate in una possibile situazione d’emergenza in futuro: per ora stiamo organizzando alcuni webinar, anche assieme alle forze dell’ordine, per una formazione ed aggiornamenti costanti riguardo tutto ciò che è pertinente queste realtà, in primo luogo il linguaggio.

Degli interventi che possano rappresentare anche un punto di contatto per eventuali collaborazioni future e naturalmente per sensibilizzare un pubblico il più vasto possibile. Eventi esterni non se ne possono organizzare e questo è un grande dispiacere, in primis per la visibilità che ne deriva ed anche la possibilità di farci conoscere da donne che ignorano la nostra realtà o simili in generale. Avevamo diversi progetti in cantiere, per esempio a maggio volevamo riproporre “Genova in Rosa” ma chiaramente non è stato possibile e non lo è tutt’ora. Per cui ci focalizziamo su questi progetti virtuali, stiamo ricevendo un riscontro nettamente positivo con i nostri Podcast: racconti da parte di donne che si sono tirate fuori da tali circoli di violenza e che hanno avuto piacere a condividerli in maniera definitiva, affinché possano essere d’ispirazione a coloro che devono ancora fare il grande passo. Un’iniziativa nata spontaneamente da chi è rimasto coinvolto, con un’ulteriore scopo di coinvolgere anche persone più giovani e che viene interpretato dalla voce della celebre attrice e doppiatrice genovese Carla Signoris.

Non manca l’impegno e lo spirito di adattamento, avresti piacere ad aggiungere qualcosa in conclusione?

Mi auguro che si torni ad un accenno di normalità e che di conseguenza vi sia una ripresa anche nell’economia per dare una concreta occasione a queste donne di riappropriarsi della propria vita.

Inoltre vorrei rivolgermi a tutte quelle donne che esitano a contattarci, minimizzando o aspettando di capire se siano effettivamente vittime di violenza: questa si presenta in svariate forme, non è solo lo schiaffo, è isolamento, è controllare il telefono e farvi installare il localizzatore GPS, impedirvi di prendere parte ad attività o costringervi ad abbandonare il lavoro, le amicizie, la palestra, le vostre passioni. Chiamateci, anche solo per due chiacchiere, per condividere, anche solo per un minimo dubbio, noi siamo sempre qui, pronte ad ascoltarvi e ad assistervi.

 

Rispondi